Ettore Favini - Upside Down - Residenza al Villaggio Normann e Visiting Professor alla Scuola Civica d'Arte Contemporanea

 


Ettore Favini | Upside Down

Residenza al Villaggio Normann e Visiting Professor della Scuola Civica d'Arte Contemporanea

Nell'ambito del programma di residenze del Villaggio Normann e delle attività della Scuola Civica d'Arte Contemporanea di Iglesias, Ettore Favini è stato invitato come artista in residenza e Visiting Professor, sviluppando un percorso di ricerca dedicato al rapporto tra paesaggio, memoria del lavoro e trasformazioni del territorio. La sua presenza si inserisce in una linea di ricerca che vede l'arte contemporanea confrontarsi con il patrimonio minerario del Sulcis-Iglesiente, assumendolo non come semplice testimonianza storica ma come campo di riflessione sulle relazioni tra uomo, natura, industria ed ecologia.

In questo contesto la Scuola Civica ha presentato in anteprima italiana Upside Down, opera realizzata da Favini a Genk, nel Limburgo belga, in occasione di Manifesta. Il video documenta un'azione essenziale ma fortemente simbolica, nella quale il gesto artistico si misura con uno dei paesaggi più rappresentativi della memoria industriale europea: il terril, la collina artificiale formata dai residui dell'attività estrattiva, che l'artista definisce efficacemente «la pancia della terra ribaltata fuori».

L'opera prende avvio da una lenta ascesa notturna lungo il terril. Il cammino, compiuto nel buio, non è soltanto un attraversamento fisico dello spazio, ma una sorta di inversione simbolica del percorso compiuto quotidianamente dai minatori. Se il lavoro minerario coincideva con la discesa nelle profondità della terra, Favini sceglie il movimento opposto: salire verso la sommità della montagna artificiale costruita proprio da ciò che la miniera ha espulso nel corso della propria attività. Il titolo Upside Down suggerisce questa inversione di prospettiva, trasformando il paesaggio estrattivo in uno spazio di rilettura della memoria.

Giunto sulla cima, l'artista pianta un ciliegio. Si tratta di un gesto minimo, privo di qualsiasi enfasi monumentale, ma capace di condensare una complessa stratificazione di significati. Il riferimento è alla figura di Santa Barbara, patrona dei minatori, e alla leggenda del ramo di ciliegio che fiorisce nel giorno del suo martirio, simbolo di rinascita, speranza e resistenza. Inserire un albero vivo sulla sommità di una montagna di scarti industriali significa introdurre un elemento fragile all'interno di un paesaggio costruito dall'estrazione, contrapponendo il tempo lento della crescita vegetale alla temporalità accelerata dello sfruttamento minerario.

La forza dell'opera risiede proprio nella discrezione del gesto. Favini rinuncia alla spettacolarità per costruire una forma di memoria che opera quasi per sottrazione. Così come invisibile era il lavoro dei minatori nel sottosuolo, anche l'intervento artistico si inscrive silenziosamente nel paesaggio, lasciando che sia il tempo a trasformarlo. L'opera assume così la forma di un contro-monumento, distante dalla retorica celebrativa e orientato piuttosto a costruire uno spazio di riflessione sul rapporto tra memoria, responsabilità e trasformazione.

Upside Down affronta la storia mineraria non come episodio concluso, ma come questione ancora aperta. Il video richiama implicitamente il costo umano e ambientale della produzione energetica del Novecento, restituendo centralità alle esistenze che hanno abitato quei luoghi e ai processi di sfruttamento che hanno modellato il paesaggio europeo. La montagna artificiale diventa così il simbolo materiale di una modernità costruita attraverso l'estrazione di risorse e il sacrificio del lavoro, mentre il ciliegio introduce una possibilità di riconciliazione che non cancella la storia, ma invita a rileggerla criticamente.

La presentazione dell'opera a Iglesias assume un significato particolare. Il Sulcis-Iglesiente condivide con il Limburgo una storia segnata dall'attività mineraria, dalla crisi dell'industria estrattiva e dalla necessità di ridefinire il rapporto tra patrimonio industriale, memoria collettiva e nuove prospettive di sviluppo. In questo senso il lavoro di Favini non stabilisce un semplice parallelismo tra due territori, ma costruisce una riflessione più ampia sulle geografie dell'estrazione e sulle possibilità di attribuire nuovi significati ai paesaggi della produzione industriale.

La residenza dell'artista al Villaggio Normann ha rappresentato un'occasione di confronto con studenti, ricercatori, associazioni e comunità locali, estendendo la riflessione proposta dall'opera al contesto del Sulcis. L'incontro con le associazioni dei minatori, con le realtà impegnate nella tutela della memoria del lavoro e con gli abitanti del territorio ha contribuito a trasformare la presentazione del video in un dispositivo di ascolto e di dialogo, coerente con l'impostazione della Scuola Civica, che interpreta la residenza come pratica di ricerca situata e di costruzione condivisa del sapere.

Più che presentare un'opera compiuta, Upside Down propone una diversa modalità di abitare il paesaggio e la memoria. Il gesto di piantare un albero sulla sommità di un terril non pretende di risarcire la storia né di risolverne le contraddizioni; suggerisce piuttosto una forma di attenzione nei confronti dei luoghi e delle persone che li hanno attraversati. In questa prospettiva, il lavoro di Ettore Favini mostra come la pratica artistica possa operare non attraverso la monumentalizzazione del passato, ma mediante azioni capaci di attivare nuove relazioni tra territorio, comunità e immaginazione politica.

La residenza conferma così una delle linee di ricerca della Scuola Civica d'Arte Contemporanea: fare dell'arte uno strumento di lettura critica dei territori, mettendo in dialogo pratiche artistiche, memoria del lavoro, ecologie del paesaggio e partecipazione delle comunità. L'opera diventa un luogo di incontro tra storia e presente, tra esperienza individuale e memoria collettiva, contribuendo a costruire nuovi immaginari per territori che continuano a interrogare il proprio futuro a partire dalle tracce del proprio passato.

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